Lez Rock Nation by @gabrielemedeot_storyteller: La rivoluzione dei cuori solitari e della banana rosa
Album: LezRock Nation
Side A
02. La rivoluzione dei cuori solitari e della banana rosa 5’.00’’
Se il 1965 è stato, per certi versi, l’anno di avvio di quella rivoluzione che oggi, spesso in modo piuttosto generalistico liquidiamo con la parola “rock”, il 1967 rappresentò, senza ombra di dubbio, il momento di massima accelerazione verso il decennio degli anni 70, considerato universalmente come il decennio del rock.
Il 14 gennaio 1967, circa 20.000 giovani si ritrovarono al Golden Gate Park di San Francisco per passare insieme qualche ora spensierata, cantando, fumando, parlando e facendo l’amore. Avevano dato vita al movimento degli Hippy, e la baia di San Francisco sarebbe diventata la culla di quella ideologia.
Quei 20.000 giovani, nel giro di pochi mesi sarebbero diventati i 200.000 che a giugno avrebbero invaso la cittadina di Monterey, per assistere al primo festival dallo slogan “Music, Love, Flowers”, il Monterey Pop Festival. Fu il battesimo della famigerata “Summer of Love”.
Mamas and Papas, The Who, Janis Joplin, Jimi Hendrix sono solo alcuni degli artisti che suonarono in quel festival, che tra l’altro contava su un innovativo comitato, una commissione di qualità che aveva selezionato gli artisti. Di quella commissione facevano parte anche Paul McCartney, Mick Jagger, Paul Simon.
In quel contesto artistico, alterato dall’LSD e dalle utopiche promesse di un mondo migliore e di una rapida conclusione della guerra del Vietnam, (che in realtà per gli Stati Uniti sarebbe durata fino al 1975), si inserirono due dischi fondamentali per lo sviluppo della cultura musicale da quel momento in poi.
Si tratta di “Sgt Pepper's lonely hearts club band” dei Beatles, e di “Velvet Underground and Nico” dei Velvet Underground.
Sono tutt'altro che dischi “easy listening”, piuttosto sono due monumenti carichi di dettagli, contenuti rilevanti da tutti i punti di vista, messaggi eclatanti nei testi, sonorità innovative, copertine divenute icone stilistiche.
Sono letteralmente dischi da leggere, guardare, toccare, oltre che da ascoltare, vanno maneggiati, scoperti e riascoltati più volte per entrare sempre più in profondità.
“ Sgt Pepper’s Lonely hearts club band” ha stupito da subito per una ricerca sonora che solo il progressive, (da lì a breve), avrebbe in qualche modo ricalcato. Ha colpito per la scelta della band di “scomparire” dietro ad un nome nuovo, (il gruppo si chiamava proprio Sgt Pepper), ha creato un nuovo concetto di immagine, che volendo leggere in modo più ampio, può essere inteso come una chiara anticipazione di quello che sarà il “Glam”, cioè il travestirsi per essere qualcun altro.
Le canzoni per la prima volta sono “mixate” una nell’altra, le tecniche di registrazione sono state le più innovative, e rimane un dato di fatto che da quel disco sia iniziata la leggenda del “P.I.D” (Paul Is Dead). Secondo questo mito, il bassista di Liverpool sarebbe morto, durante le registrazioni dell'album, in un incidente stradale a bordo della sua Aston Martin, sostituito subito e per sempre da un sosia.
Ecco spiegato il modellino di Aston Martin e i guanti insanguinati da pilota in mano alla piccola Shirley Temple ritratta in basso a destra nella copertina, o la corona di fiori a forma di basso al centro dell’immagine, McCartney di spalle nel retro copertina e tanti altri piccoli dettagli che alimentano la leggenda e sono impressi su quella copertina.
In ogni caso il disco fu subito un successo, una nuova fase fondamentale per i Beatles.
“Velvet Underground and Nico” fu invece un lavoro accolto in modo diffidente e scettico. Poca programmazione radiofonica, poco spazio e poca pubblicità per quel disco difficile, impietoso nei testi, crudo ed essenziale nella musica.
I Velvet Underground erano nati dalla somma di due menti speciali, due visionari isolati e solitari, Lou Reed e John Cale. Affidandosi l’uno all’altro, o forse approfittando l’uno dell’altro, decisero di scrivere le canzoni che nessun altro avrebbe voluto da loro, e di pubblicarle. Nessun filtro, nessuna limitazione, nessuna censura, ma pura ispirazione, intuizione, ipnotismo. E lo fecero in modo fragoroso, un modo che oggi definiremmo “explicit”.
Quel disco è irriverente, ti fa perdere l’equilibrio che pensi di avere, e al primo ascolto ti spiazza per la sua ecletticità. Fu prodotto anche da Andy Warhol, che disegnò la banana in copertina, la trasformò in un adesivo che staccandosi rivelava la stessa banana, ma di un rosa acceso, come l’organo sessuale maschile che rappresentava. L’impatto visivo era assicurato. Il tempo avrebbe fatto il resto, e avrebbe consacrato quelle canzoni basate su tre accordi, cantate con quella voce tagliente come un rasoio, penetrante come un ago che ti entra nella carne lentamente e in modo inesorabile.
Il 1967 è stato in sintesi l’anno del sogno, dell’utopia, dell’amore che ha provato a prevalere su tutto il resto. Nel 1967 i giovani hanno davvero creduto nella concreta possibilità di cambiare le cose modificando un sistema che invece fece ciò che ha sempre fatto, li inglobò, e nel giro di poco li inghiottì.
Oggi il risultato prodotto con tanta convinzione da quella generazione rimane sotto gli occhi di tutti noi, fu l’anno in cui la musica dimostrò che la rivoluzione culturale era pronta.
Giovani come Jimmy Page, Jim Morrison, Robert Fripp e tanti altri lo avevano già capito, e decisero di essere i condottieri della neonata Rock Nation.



