Party.San Open Air 2022 11- 13 Agosto 2022
La prima volta che ho sentito nominare il Party.San stavo in ammollo nel Soča a Tolmin e lo ricordo bene perché a parlarmene è stato un tizio che poi sarebbe divenuto la causa principale della mia virata verso generi estremi e poco consoni ad una signora della mia età.
“Il festival che fa paura anche a Satana”, così me lo avevano descritto, e a ripercorrere le line-up delle 20 edizioni passate, beh…pure Bafometto si cucirebbe la toppa della rassegna: Morbid Angel, Bloodbath, Autopsy, Watain, Immortal, Kreator, Emperor sono tutti passati sul main stage dell’aeroporto di Schlotheim. Che vuoi non andarci?
Sono arrivata in Turingia dopo 2 anni dall’acquisto del biglietto e non so ancora capacitarmi se sono realmente arrivata lì in treno, o se mi ci ha rimbalzato un portale spazio-temporale fatto a forma di Pretzsel. Fatto sta che l’11 agosto ho consegnato il mio bellissimo biglietto ad una sorridente biondina e ho varcato le porte dell’Inferno.
HELL IS HERE troneggia a caratteri cubitali dal main stage, la cattedrale del Death e del Black Metal e sì, munita di running order, tocca fare già il primo mea culpa: a leggere il programma del Second stage sembro Vincent Vega nel famoso meme. Ma i festival sono fatti anche per questo, no? Farsi droppare la mascella ascoltando band mai sentite prima.
Il varo del palco lo lasciano ad una goliardica band svedese, i Birdflesh, manco a mettere in dubbio la supremazia scandinava dei generi più rappresentati nella tre giorni infernale, poi salgono i Revel in flash, ma io aspetto i Gaerea. Li avevo visti a giugno al Mystic in Polonia e mi incuriosiva sapere se la mia delusione veniva confermata. Ahimè, così è stato.
C’è tutto il pacchetto: Black Metal ben suonato, presenza scenica on point, ma insomma, da una band portoghese mi aspetto un imbastardimento del genere e non una pedissequa riproduzione di quello che fanno i loro colleghi con l’aurora boreale in testa. Tanta roba in cuffia, tanto sciapi dal vivo. Vuoi mettere i Rotting Christ che ti catapultano sull’Olimpo dal primo secondo? Band degna di nota nella sequenza del main, sono di sicuro gli Exhorder, ma dai su…io sto aspettando Neige.
Il fascino dei francesi sul palco è innegabile e alle prime note di Autre temps, gli Alcest hanno già cancellato un pomeriggio di pentacoli e cadaveri. Suonano al tramonto e il sole regala gli ultimi raggi dorati ad una platea adorante: Les voiages de l’âme non può essere colonna sonora migliore del quadro che ho davanti e lo show scorre fin troppo veloce culminando con Souvenirs d’un autre monde. Eterei, eleganti e raffinati lasciano il palco al solito, con Stéphane che poggia la chitarra sull’ampli e saluta inchinandosi alle centinaia di occhi lucidi che lascia a Schlotheim.
Manco il tempo di smaltire tutti i feels, che arriva un bastimento carico di diavoletti norvegesi: Signori, è l’ora dei Mayhem.
Life eternal, Freezing moon ed è già purgatorio. Dardi infuocati accompagnano la performance di Necrobutcher e soci che regalano un set degno del loro nome e di sicuro più rodato di inizio estate, quando li vidi al Second stage del Mystic.
Pure fucking Armageddon chiude lo spettacolo e prepara il pubblico ad accogliere mr. Corpsegrinder.
I Cannibal Corpse sono una di quelle band che rivedrei 400 volte senza stancarmi. Come spaccano i deretani dal vivo loro, pochi altri. Serrati, cattivi, precisi e mai scontanti offrono un spettacolo duplice: ci sono loro sullo stage e ci sono gli stoici atleti del fronte palco che tra wall of death, Circle pit e mosh consumano più calorie di Jovanotti al Beach party.
“I cum blood” l’ho vista da vicino per sincerarmi che il collo di George rimanesse attaccato, e il primo giorno si conclude con una biretta e tanta felicità.
L’indomani mi risveglio con il sole battente e appena apro gli occhi sussurro “minchia i Katatonia!”. E’ ora.
Il giorno è di sicuro uno dei più cicciuti, e tocca cacciarsi sotto palco a mezzogiorno in punto: attaccano i Kadaverficker (…bel nome!) che regalano un death/grindcore misantropo adatto a precedere le nuove glorie del death svedese: i Lik.
Il quartetto di Stoccolma è granitico e a onor del vero degno dei premi e dei riconoscimenti che sta mietendo a destra e a manca. Butta lì una setlist spaccaossa ( Funeral Anthem, Celebration of the Twisted, La Morte Homme e Becoming in saccoccia!), riff veloci che ti si innestano nel cervello e duelli d’ascia tra Sandin e Åkvik (Bloodbath). Va da sé chiedersi perché non abbiano meritato un orario migliore, ma le back patches della band ci sono nel field e sono numerose. Una delle band migliori della giornata.
Tempo di prendere un caffè, e mi ritrovo sul palco un branco di omoni da Bristol: gli Onslaught. Il loro trash è da manuale, ma l’influenza punk colora la loro firma che diventa inconfondibile. Bello show, 66 fkn 6!
Come accade sempre quando sei a ciondolare tra birrette e gruppi che non vuoi vedere, mi ritrovo a discutere di festival estivi, ma sto giro con un biondone di 300 kg. Il personaggio s’è fatto Waken, Party.san e Summer Breeze in sequenza, ma mi confessa il suo amore per Schlotheim e per l’intimità della manifestazione. In effetti il festival è piccolino, non servono km per raggiungere il camping e a ben vedere l’età media è molto più alta di altre manifestazioni. Sembra quasi di sguazzare in una Convention di metallari vecchia scuola, quelli che ascoltano tutto, non criticano molto e preferiscono esaltare le band per cui sono lì piuttosto che spalare letame su chi non apprezzano. Ah! Finalmente!
Torno a godermi lo show e il tramonto sulla pista dell’aeroporto prevede gli UADA a celebrare la cerimonia. I quattro incappucciati riversano il loro black metal su una platea numerosa e alle prime note di Djinn esplode l’approvazione generale. Seguono gli Asphyx e sì, è loro una delle performance migliori di tutto il festival. A me basta Molten Black Earth per assumere le sembianze di una lattina di chinotto dopo una caduta da 10 rampe di scale. Potenza, Doom, death e la loro maestria non si mette in discussione.
Ma ormai il sole è calato, l’oscurità s’è insinuata e il banner dei Katatonia sventola pervaso di una luce scarlatta.
Le loro inconfondibili silhouette appaiono dai fumi di scena e lo spettacolo ha inizio. Scaletta quasi uguale per tutti i festival estivi, ma è sempre un piacere. Renkse e soci sanno come aprirti la cassa toracica, estrarci in cuore, pestarlo, spremerlo e poi rimetterlo a posto dandoti un bacino in fronte.
Forsaker, Soil’s song, July fanno salire il pubblico su un rollar coaster di emozioni e appena finisce il giro, lo stage è pronto per i grandi vecchi. È l’ora dei Carcass. Appena Jeff Walker piazza il piede sul monitor, sai che stai per essere pettinato
da una band che non deve insegnare niente a nessuno. Quanto stile, quanto charme! Keep on rotting in the free world dovrebbe essere patrimonio dell’umanità.
Il secondo giorno così se ne va, e già mi manca.
Credo di aver involontariamente dato origine ad un rituale che mi accompagna ad ogni festival estivo: quando entro in area concerti devo per forza procurarmi della caffeina.
E il terzo giorno inizia proprio con un caffè doppio e la ricerca di qualche vinile per la mia collezione, ma purtroppo non trovo mezzo titolo che mi convince, riprendo un secondo caffè e mi metto in attesa dei Saor.
Un varco spazio-temporale si squarcia appena la band di Glasgow si impossessa del palco: natura, highlands, storia, stornelli ed è così che la dolce tristezza soffiata su noi anime sognanti ci toglie la promessa di rivederli quanto prima in altri contesti.
Vabbè dai, tanto lo sapete che sto aspettando i main act della serata, ma come si fa a non godere se i Dark Funeral aprono con Unchain my soul?! Gli svedesi mietono decibel di eleganza e la loro innata capacità di far calare le tenebre, li rende una band da vivere più che da vedere. My funeral ci fa gioire un po’ tutti come dei bambini in un negozio di caramelle, e la nuova Let the devil in convince molto live. L’immagine di Lord Ahriman che troneggia
statuario sul palco è l’emblema della baldanza del Black Metal. Timore reverenziale e ammirazione, non ho altro da aggiungere, Vostro Onore! Ma ecco che spuntano i Benediction!
Dave e soci ci regalano qualche perla di Transcend the Rubicon e Scriptures in Scarlet spacca gli ultimi ossicini rimasti intatti tra il pubblico. Non ne sbagliano mezza: show incalzante, di una energia che mette terrore e paura alle sbarbate band di ventenni, presenza scenica che non necessita di fronzoli e gaso libero. Chapeau!
Volete poi mettere in discussione l’eleganza dell’organizzazione del Party.san? Che consegna le chiavi per chiudere la baracca a Fred Estby e soci? Che spettacolo vedere i Dismember dal vivo! E con una scaletta che strizza l’occhietto da principio a fine: Override of the Overture, Reborn in Blasphemy, Bleed for Me, Pieces, Skin Her Alive, Of Fire, Skinfather, Misanthropic, Casket Garden, Soon to Be Dead, On Frozen Fields, Dismembered, Fleshless ,Collection by Blood, Dreaming in Red. Tutte le hanno fatte! Tutte! Andate in pace.
I ragazzoni ci danno ancora dentro, tengono bene il palco e sferzano qualche lezioncina ai loro colleghi più giovani.
Devo confessarvi che avrei voluto essere molto più partecipe agli show del second stage, ma davvero il caldo quest’anno mi ha reso una marmotta sonnacchiosa. Sottolineo però che due band mi hanno parecchio incuriosito e una volta a casa ho voluto saperne di più: i Nornír arrivano dalla Germania e propongono un buon Black metal, mentre i finlandesi Shape of despair assemblano un funeral doom notevole con una voce femminile che realmente fa droppare la mascella.
Vabbè regà, anche per quest’anno i festival estivi per me sono finiti e tocca aspettare un anno per godere delle vibrazioni che solo gli open air sanno dare. Come in ogni estate non pandemica, ho raccolto abbastanza informazioni per godermi un inverno di buona musica e di concerti selezionati ad hoc. Quindi, ci vediamo sotto palco! È una promessa! :)
- La Baki -


