Il 24 febbraio il Tour Scenario dei C’mon Tigre, che prende il nome dal loro ultimo lavoro del 2022, è sbarcato a Cervignano del Friuli emozionando l’attento pubblico del Teatro Pasolini.
Fin dagli esordi i C’mon Tigre si sono proposti come collettivo, che vede all’attivo numerose collaborazioni di artisti e musicisti.
La sperimentazione e la ricerca del suono incontrano, in maniera armoniosa, le arti visive creando un progetto capace di emozionare e coinvolgere il pubblico attraverso più esperienze sensoriali.
Il suono che influenza l’arte e viceversa, così i C’mon Tigre sono riusciti ad espandere il concetto musicale spaziando in maniera raffinata ed attenta tra multiculturalità, jazz e sonorità elettroniche.
Questa la piacevole chiacchierata fatta con loro poco prima del concerto:
Nel vostro nome (che può essere letto sia in francese che in inglese) e nelle copertine ritroviamo una Tigre, come mai questa scelta?
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Nei vostri progetti siete molto attenti all’estetica visiva non come accompagnamento ma parte integrante del progetto. Come nasce questa visione allargata della musica?
Nasce da nostre esperienze in ambiti lavorativi differenti che comprendevano anche quel tipo di attenzione. E’ stata una scelta per dare un impatto preciso. Teniamo molto al fatto che alla nostra musica corrisponda un un immaginario, che ci sia un corrispondente visivo ben calzato come fosse un abito di sartoria. Abbiamo anche la fortuna di avere come amici artisti del calibro di Gian Luigi Toccafondo, ad esempio, che ha disegnato il nostro primo videoclipFederation Tunisienne de Football. Quando hai la fortuna di poter collaborare con artisti del genere e le due cose funzionano bene si crea una sintonia. Volevamo anche produrre contenuti che non fossero legati alla musica in maniera pubblicitaria ma bensì a sé stanti, qualcosa che avesse diritto di esistere al di là della produzione del brano. Cerchiamo di stare molto attenti a questo.
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Nella special edition di Scenario, sono incluse 64 pagine con le fotografie del photo reporter di fama mondiale Paolo Pellegrin: come mai avete pensato proprio a lui?
Amicizie comuni, un po’ sulla regola dei sei gradi di separazione. Più o meno ci muoviamo così e per ora funziona tutto molto bene. Un amico comune che sta lavorando con Paolo per un lungometraggio ci ha fatto conoscere, ci siamo piaciuti, abbiamo iniziato a scrivere per alcune cose che sono finite nelle sue mostre. Paolo era molto ben disposto nei nostri confronti e quando abbiamo dovuto pensare a Scenario gli abbiamo chiesto se aveva voglia di fare questo lavoro a sei mani.
Ci ha fondamentalmente regalato trent'anni di scatti fotografici. Abbiamo potuto scegliere insieme a lui quelli che per noi erano rappresentativi per il progetto che volevamo sviluppare, perché poi abbiamo composto guardando le sue foto. Era un periodo, questo lo diciamo spesso, in cui non si poteva viaggiare. La nostra musica si basa tanto sulla ricerca, su input e stimoli dall'esterno e dovendo stare fermi potevamo avere accesso al mondo tramite i suoi scatti. Il bello è che più o meno tutte le collaborazioni iniziano in questo modo cioè non dall'interesse di far qualcosa a scopo commerciale bensì dalla voglia di far nascere qualcosa insieme.
Il vostro è un progetto sonoro molto ambizioso specie nello scenario musicale italiano. Pensate che la scelta della ricerca, sperimentazione sia la strada giusta rispetto all’industria di mercato discografico che vede sonorità omologate?
Non è una cosa studiata bensì un'esigenza, quella di unire delle influenze diverse. Adesso stiamo lavorando su della musica che otto anni fa non avremmo immaginato. Unendo le culture distanti si genera sempre qualcosa di nuovo. Tante cose vengono fuori durante diversi periodi, ad esempio la musica che si ascolta durante il tour in qualche modo è quella che costruisce il pensiero, e questo si costruisce in base a ricordi più più recenti.
I vostri testi anche in Scenario sembrano essere quasi più un sottofondo ad un’esecuzione strumentale che una componente principale, che valore date alla stesura del testo?
Non esattamente, non è un sottofondo, però è la tua sensazione reale, perché la parte di scrittura delle parole avviene alla fine nella composizione. Noi partiamo dalla musica e mano a mano la voce entra nei brani, li connota e li cambia, perché alcuni diventeranno sottoforma di canzone, altri meno. Il colore del brano suscita un immaginario e la voce un po’ asseconda quell'immaginario, ovvero le parole chiudono il significato. Una delle cose fondanti di C’mon Tigre è che tutto funziona insieme. Quindi, ad esempio, se nella musica cantata la voce deve essere avanti nella parte principale, noi cerchiamo di far sì che il tutto sia armonico. Non ci sono strumenti predominanti, se non nei ritagli di arrangiamento, in cui decidiamo che ci siano dei soli o delle parti un po’ più fuori. Ci piace l'idea che tutto sia parte dell’insieme.
In scenario ritroviamo 3 feauturing: Sleeping Beauties con al sax Colin Stetson , Flowers in My Spoon, con il rapper Mick Jenkins, già al vostro fianco in Racines e No One You Know, con alla voce Xenia Rubinos, come sono nate queste collaborazioni?
Jenkins ha già collaborato con noi e quindi è stato automatico il secondo giro.
Colin Stetson saxofonista canadese l’abbiamo chiamato apposta perché ci sembrava chequel brano potesse funzionare molto bene con lui. Con
Xenia Rubinos più o meno ci conoscevamo perché il suo compagno è un batterista che noi avevamo contattato. Abbiamo conosciuto Xenia e avevamo il brano giusto per lei.
In un epoca dove apparire è quasi tutto la scelta dell'anonimato è molto forte, sicuramente nuova nel panorama italiano, perchè avete intrapreso questa strada?
Perché è un po’ come il discorso che facevamo prima, dell'armonia, abbiamo deciso di mettere avanti semplicemente il progetto, perché comunque esiste, ed ha questo carattere perché fatto della collaborazione tra diverse persone. Abbiamo dunque pensato che sotto il nome C’mon Tigre avremmo dovuto parlare solo di C’mon Tigre. All’inizio si parlava molto poco di soldi e più della bellezza di fare delle cose insieme. Anche se avremmo potuto approfittare del fatto di essere titolari del progetto abbiamo pensato che non sarebbe stata una cosa giusta. Non suoniamo mascherati, comunque compariamo in maniera più o meno velata, esistiamo anche noi. Però il fatto di non mettere in i nostri nomi è un segno di riconoscimento.



