Siae vs Meta. Ovvero il music gate sbagliato Di Silvia Ravenda

La scorsa settimana è saltato il banco tra Siae e Meta per il rinnovo delle licenze della musica italiana ed a causa di questo Meta ha deciso di cancellare dai propri Social (Facebook e Instagram) tutta la musica gestita da Siae con conseguenze che ora andrò a spiegare. 

Per darvi la possibilità di avere una visione a 360 gradi prima di partire con l’analisi di quanto è successo è giusto soffermarci nello spiegare chi sono Siae e Meta.

La SIAE ovvero Società italiana degli Autori ed Editori è un organismo di gestione collettiva che si occupa della tutela del diritto d’autore. 

Nasce nel 1882 su iniziativa di un’assemblea di scrittori, musicisti commediografi ed editori con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico sulla protezione delle creazioni di ingegno e, fino all’entrata in vigore della Direttiva Barnier nel 2017, ha di fatto operato in condizione monopolistica su tutto il patrimonio intellettuale italiano.

Questo significa che fino al 2017 la SIAE ha gestito in totale esclusiva tutta l’intermediazione sui diritti d’esecuzione, comunicazione al pubblico e riproduzione percependo ovviamente compenso da parte di autori da lei rappresentati.

Nel 2017 però, una direttiva europea ha imposto agli stati membri di liberalizzare il mercato mettendo fine a condizioni monopolistiche che oltre in Italia erano presenti solo in Repubblica Ceca.

Grazie a questa direttiva sono nate società che si propongono come alternativa alla gestione dei diritti, in Italia, la più nota è Soundreef.

Di fatto, dunque, il monopolio Siae parrebbe essere terminato ma non è proprio così perché solo società senza scopo di lucro e su base associativa possono essere considerate a gestione collettiva e pertanto ricevere i mandati di gestione.

In Italia, le società che rispettano tali requisiti hanno con SIAE accordi di rappresentanza. 

Alla luce di tutto ciò è chiaro come SIAE sia ancora l’unica società che direttamente o per vie traverse detiene la maggioranza assoluta del patrimonio intellettuale sia italiano che straniero (essa ha infatti accordi con altre 150 società di gestione collettiva pertanto se non è mandataria diretta sarà con buona probabilità la rappresentante in Italia)

Fatta la doverosa cornice mi fa molto sorridere leggere la trattazione in cui, nella diatriba che chiamerò “Music Gate” Siae viene rappresentata come Davide che vuole sfidare il colosso Meta/ Golia, quando di fatto è di due colossi che si sta parlando, perché gestire il 97% di tutto il patrimonio intellettuale che gravita in Italia non è proprio cosa da poco.

Ma perché si è arrivati allo scontro diretto con Meta?

Nel comunicato stampa SIAE si legge che Meta ha richiesto di accettare una proposta economica unilaterale forfettaria e non si è pertanto trovato un accordo sul prezzo, in quanto la società di Zuckerberg, è restia a condividere i dati di riproduzione delle singole nazioni. In soldoni “o vi prendete quello che vi diamo o noi eliminiamo tutto ciò che è gestito da voi”.

Che Meta non abbia mai eccelso in trasparenza non è cosa sconosciuta, nel 2018 infatti fu citata a processo per lo scandalo di Cambridge Analytica ovvero sulla gestione di dati degli utenti Facebook usati per scopi di propaganda politica.

Ma la domanda che mi pongo è perché Siae fa solo ora la “voce grossa” e soprattutto che accordi avevano intrapreso sino ad ora?

Facciamo un piccolo passo indietro perché in questo “Music Gate” è giusto conoscere anche un po’ di retroscena riguardanti l’industria musicale.

Il mondo della discografia da anni sta subendo dei duri contraccolpi economici e per gli artisti l’unico vero modo di vedere una remunerazione commisurata al loro lavoro rimane l’esibizione dal vivo.

La vendita di supporti musicali è sempre più risicata, i vinili, che comunque mantengono la loro posizione in termini di preferenza, vengono prodotti in poche copie e con costi non proletari mentre il cd sta piano piano scomparendo per lasciare spazio allo streaming delle piattaforme.

Spotify, Amazon prime, Apple music e Youtube gestiscono il totale patrimonio musicale mondiale e con abbonamenti popolari forniscono ai propri utenti una scelta illimitata di brani. Si calcola infatti che l’84% dei ricavi nel mondo della musica derivi proprio dallo streaming.

Peccato però che agli artisti dalle riproduzioni streaming arrivi quasi nulla (solo ad esempio Spotify paga circa 0,0043$ per ogni riproduzione – cifra che deve essere divisa tra artista, etichetta discografica ed anche Siae se si riproduce in Italia)

All’interno del panorama discografico sicuramente una fonte di introiti importante la si ha anche con i Social, che sia chiaro, non hanno mai omesso pagamenti, infatti nel 2022 gli introiti derivanti dalle riproduzioni musicali di Instagram e Facebook possono attestarsi a 20 milioni di euro.

La riflessione è d’obbligo: se è vero che l’84% dei ricavi del mondo musicale deriva dallo streaming delle piattaforme dedicate, e se è altrettanto vero che queste, come risaputo, pagano pochissimo per le riproduzioni, tanto che gli artisti hanno spesso cercato di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla situazione poco felice, perché non si interviene in maniera decisa con accordi per migliorare la mortificante retribuzione derivante dagli streaming anziché impuntarsi con Meta che di fatto non è una piattaforma musicale e soprattutto non si è mai tirata indietro dal pagamento dei diritti d’autore?

In questi giorni ho parlato con molti musicisti, più e meno noti, chiedendo loro un parere su tutta questa faccenda. 

Tutti si sono mostrati d’accordo con la posizione Siae in quanto essendo l’ente preposto per la salvaguardia degli interessi degli autori è giusto che a fronte di poca trasparenza da parte di Meta si pretenda maggiore chiarezza, tutela e remunerazione commisurata.

Chiaramente nessuno sostiene il contrario, da sempre mi sono schierata dalla parte dei musicisti per il riconoscimento di un compenso equo derivante dal mondo on line e ritengo che qualora vi fossero margini di contrattazione Meta potrebbe stabilire compensi più alti a fronte dell’enorme numero di utenti presenti sui social che utilizzano le riproduzioni musicali per storie e reel.

Dietro alla battaglia di Siae (persa in partenza) per richiedere maggiore trasparenza a Meta, a mio avviso non si cela che puro ed esclusivo interesse economico dettato da commistioni di interessi. A fronte di un eventuale aumento dei pagamenti da parte di Meta sono certa che la Siae farebbe decadere ogni richiesta avanzata di trasparenza forgiandosi anche di aver comunque ottenuto un accordo storico e unico (con buona pace degli artisti che invece chiedono altro oltre un giusto compenso)

A fronte di questo sarebbe utile che Siae sveli quelli che sono gli accordi presi con l’altro Social in voga Tik Tok, di proprietà cinese ( Cina che non è proprio nota per i suoi metodi democratici e trasparenti) ed anche il guadagno derivante dagli streaming sulle piattaforme.

Ad oggi, infatti, un artista non conosce in maniera chiara ed univoca quanto guadagna su ogni riproduzione di un suo brano, conosce un circa, un più o meno, ma la cifra esatta al centesimo no.

Non è mancanza di trasparenza anche questa? Forse molto più grave considerato che le piattaforme musicali muovono l’intero mondo della musica in maniera quasi incontrollata e senza opposizioni di sorta.

In pochi ho sentito prendere posizioni nette sul ricatto che Spotify e simili perpetrano quotidianamente sugli artisti: obbligati ad esserci per “esistere” ma consci del fatto che la loro presenza non gli farà guadagnare quasi nulla.

Eppure lo spauracchio ora si chiama Meta, e SIAE, che in questi anni ha fatto poco nulla per tutelare gli artisti contro il Leviatano dello streaming, con che coraggio si erige a difensore del diritto d’autore quando di fatto ha sempre taciuto in questioni più perniciose?

Ma cosa comporta l’eliminazione del cartellone Siae dai social?

Banalmente c’è chi sventola la bandierina minimizzando alla mancata colonna sonora per stories di languidi tramonti o simili. 

In realtà dietro al mondo social si celano i cosiddetti creator, ovvero influencer che guadagnano con pubblicazione di foto e video. A loro sono stati silenziati in toto tutti i lavori con contenuti musicali arrecando sicuramente un danno economico.

Danneggiati si sentono anche gli artisti indipendenti ed emergenti che attraverso i social riescono a promuovere il loro lavoro e farsi conoscere. Essi infatti hanno subito la scelta di Siae di non scendere ad accordi con Meta, senza poter esprimere il loro pensiero e senza possibilità di opporsi. 

Siae con gli artisti si è giustificata sostenendo che la scelta di cancellare i contenuti è esclusivamente di Meta e questa ha rigettato ogni accusa arrogando il diritto di poter eliminare contenuti in virtù del fatto che non vi fosse più un accordo economico e pertanto per tutelare proprio gli artisti.

Insomma il classico “rimpallo di responsabilità”.

La musica ed i musicisti meritano riconoscimento e compensi adeguati al loro lavoro, e indipendentemente da quello che accadrà in questo “Music Gate”, se anche si riuscisse a strappare cifre più alte e quindi compensi più meritevoli è giusto essere consapevoli del fatto che le vere battaglie per i diritti degli artisti non sono ancora su nessun tavolo di contrattazione considerato che contro i colossi dello streaming non si osa metter bocca. 

Sia chiaro, la mia non vuole essere un’arringa in difesa di Meta, ma ritengo corretta una trattazione in cui tutti gli attori in gioco prendano la loro parte di responsabilità, così Meta come Siae.

Sebbene la battaglia, dunque, è legittima, così come è legittimo chiedere maggior rispetto per il lavoro dei musicisti su tutti i fronti, ritengo però siano gli interlocutori ad essere sbagliati e la strada è purtroppo ancora tutta in salita.